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lavagnabianca RIPENSARE LA SCUOLA
Scenario inquietante
post pubblicato in SCENARI, il 25 novembre 2008
Lo so, é dura!
Ma bisogna avere il coraggio di leggere la
mozione Cota per intero
Sedetevi comodi, tenete dell'acqua minerale a disposizione.
Se soffrite di vertigini, procuratevi anche un medicinale contro il sintomo e appoggiatelo vicino al bicchiere.
Le classi ponte fanno brutti scherzi persino a leggere i loro presupposti
(
l'elevata presenza di alunni stranieri nelle singole classi scolastiche della scuola dell'obbligo determina difficoltà oggettive d'insegnamento per i docenti e di apprendimento per gli studenti), a considerarne la filosofia (la scuola italiana deve quindi essere in grado di supportare una politica di "discriminazione transitoria positiva", a favore dei minori immigrati, avente come obiettivo la riduzione dei rischi di esclusione;)  e a immagianarne gli esiti.
Sì perché, se é una dura prova leggere il testo, immaginaimoci che delizia sarà vivere la situazione determinata dall'applicazione della norma.
Un ponticello su un fiume di guai.
Profe, devo uscire!
post pubblicato in SCENARI, il 1 giugno 2008
 
La scena che si presenta a chi percorre il corridoio di una struttura scolastica è quella di una clinica o di una casa di tolleranza.
Le porte sono, quasi sempre, chiuse.
Da dentro a quelle stanze si sentono brusii, grida o un silenzio preoccupante.
Oppure si percepisce una voce, più o meno pacata, di una signora, o di un signore, che tiene una conferenza.

Quello che accade lì dentro lo sanno loro e solo loro: gli scolari e l’insegnante.
A volte la porta si apre e ne esce un adolescente un po’ furtivo.
Ha avuto il permesso.
Ho sempre cercato di indurre gli studenti a non dirmi la motivazione per cui mi chiedevano di uscire.
Questa motivazione è sempre ipoteticamente falsa, poiché non può essere in alcun modo verificata.
Credo che sia uso richiederla, tuttavia non sta scritto da nessuna parte.
Che tanti studenti soffrano di incontinenza è poco credibile, ma dire "devo andare al bagno" resta la più usata.
Visto che il corridoio è inabitato, capita che chi esce si abbandoni ad esaltazioni da stadio per aver preso un’insospettata sufficienza o a riti wudu per incenerire l’aguzzino che gli ha appena dato un quattro.
Ciò è alquanto sgradevole e, tuttavia, abbastanza ovvio, laddove la valutazione viene vissuta come qualcosa di sovrannaturale o, peggio ancora, talmente "naturale" che parlarne sembra avere la stessa utilità che far due chiacchiere su una grandinata.

La fuga dalla classe è, e resta, in ogni caso un obiettivo primario per la gran parte degli studenti.
In classe non succede (non succede più?) niente che li interessi, o che li interessi per più di un quarto d’ora.
Per un sacco di buoni motivi, a volte, ma comunque perché manca loro il teleconado o la pulsanteria che potrebbe permettere di modulare, o spegnere, l’insistenza dell’adulto.

Chi non scapperebbe da un luogo chiuso in cui viene a mancare il dato della soddisfazione?

Tra le poche cose che mi sono rimaste impresse delle lezioni di scienze, dalle quali il più delle volte sarei voluta scappare, è la spiegazione fisica dello sbadiglio.
Se non ricordo male, nasce da un deficit di ossigenazione che può derivare da fame, sonno, noia o scarsa respirabilità dell’aria.

Lo sbadiglio è un segnale del corpo, non della mente.
E il bisogno di fuga?




permalink | inviato da mariabetta il 1/6/2008 alle 11:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Uno sguardo da dentro: l'aula
post pubblicato in SCENARI, il 31 maggio 2008
 
La scena che si presenta a chi apre la porta di un’aula scolastica è quella di una fucilazione.
C’è un individuo che ne fronteggia altri venti, più o meno.
Uno versus venti.
Nella migliore delle ipotesi: venti occhi
"puntati" contro due occhi, "puntati".
Chi apre la porta però sa che il fucilato non è disarmato, anzi, possiede armi legalmente riconosciute e legittimamente impiegabili per dominare la situazione.
Il ché, comunque, non va a scarto del dato obbiettivo delle disparità numerica.

Vi sono molti, convinti sostenitori delle teorie di Edward Hall , che ritengono opportuno intervenire, da subito, sulla disposizione delle persone nello spazio.

Tra i docenti esistono professionisti dotati di energia, carisma e determinazione tali da poter mettere in atto, fin dal primo incontro con la classe, questa sorta di rivoluzione scenica.Fanno spostare i banchi e li fanno disporre secondo quella che, a loro vedere, è la posizione corretta da assumere nel cosiddetto "dialogo didattico".Su una così drastica e ardita operazione vi sono tuttavia alcune osservazioni da fare.

  • La prima è, senz’altro, che il cosiddetto "carisma", non può essere assunto come un prerequisito indispensabile della funzione docente.

Un timido, un cauto, che, per sua natura propria, preferisce studiare le situazioni prima di operare interventi atti a determinarle, può essere, comunque, un ottimo maestro.

  • La seconda è che, spesso, atti che hanno all’origine motivazioni di natura meramente tecnico-operativa, possono risultare carichi di sovrabbondante significato quando a compierli è una persona singola.

Non sempre ha una ricaduta positiva la, pur lodevole, azione che tende a mettere in rilievo la figura di un insegnante.
Ragazzi cui non viene lasciato il tempo di completare, con tasselli via via aggiunti, l’immagine intera dell’adulto, immagine che espande, in fasi di graduali sfacettature la foto che gli hanno fatto appena è entrato, penalizza la loro capacità di scoprirene autonomamente la natura umana.

Reputo essenziale l’importanza della prossemica, ma credo con altrettanta convinzione che essa, a parte casi di attività specifiche, vada affrontata dall’insieme dei docenti.
Piuttosto ci sarebbe da chiedersi se ha ancora un senso che esita una mobilia scolastica.
Se il letto ospedaliero ha una sua insostituibile funzione, non è altrettanto dimostrabile che ne abbiano una la cattedra e il banco.
L’esistenza di un arredo che è, insieme, assolutamente unico nel suo genere ed assolutamente privo di unicità funzionale, contribuisce ad accentuare gli aspetti anacronistici dell’ambiente-scuola.
Tavoli, sedie, divani, vasi di fiori, poltrone, panche, sgabelli, pensili, moquette, quadri, tende e qualsiasi altro elemento di arredo che troviamo nelle nostre case, è assolutamente irreperibile nelle aule scolastiche.
La scuola, anche in questo modo, si manifesta come un luogo fuori dal mondo.

Comunque, così è, e così si genera un’ulteriore nevrosi dell’adulto: l’ossessione della piantina di classe.
La "piantina" altro non è che un foglio, che spesso va perso, dove l’esasperazione dell’inascoltato docente si rifugia e cerca una soluzione nel rimescolamento degli alunni.
Se Andrea chiacchiera sempre con il suo compagno di banco Fabio, nella piantina i due si troveranno collocati agli antipodi.
Andrea e Fabio hanno adesso un nuovo obiettivo: feriti dalla forbice del potere cominceranno a pensare a come poter comunicare a distanza o eludere il dettato della piantina quando arriva il profe che se ne scorda.
Quando poi smetteranno di essere addolorati dalla crudele separazione sarà perché cominciano a trovarsi bene con il nuovo compagno di banco: così Andrea chiacchiererà con Paola, e Fabio con Alessio.

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