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lavagnabianca RIPENSARE LA SCUOLA
Fate quel che dico! Non fate quel che faccio!
post pubblicato in RIPENSARE LA SCUOLA, il 25 ottobre 2008
 L'attuale Ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini, merita la nostra gratitudine.
Ha infatti, con il suo decreto (é un decreto, ricordatelo, le riforme si presentano giuridicamente come T.U.) sortito almeno 3 effetti positivi.

PRIMO: i profe si sono resi conto (ma quanto durerà?) che i loro "interessi", per così chiamarli, concidono con quelli degli studenti.

SECONDO
: gli studenti si sentono vivi e protagonisti organizzando cortei, assemblee, manifestazioni: tutta roba che può essere più o meno (a seconda dei casi) portatice di contenuti ma che è comunque sempre meglio che sorbirsi ore di noia in cui la loro mente viene trattata come un panino da farcire.

TERZO E PIU' IMPORTANTE
: la Ministra ha detto che si deve studiare la COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, aggiungendo (e sono parole sue) : 
«La Costituzione è il giacimento, in gran parte inutilizzato, dei principi e dei valori su cui si regge una cittadinanza che sia proponibile alle nuove generazioni, dal piano locale a quello mondiale. Da qui la scelta di riscoprirla nella scuola»

Forza, allora, ragazzi e colleghi!
Tutte le mattine, prima dell'inzio delle lezioni, si dedichi mezz'ora alla lettura e al commento della nostra
Legge fondamentale.
Si leggano gli articoli 1,4,36 e 37 e si parli del DIRITTO AL LAVORO.
Si legga con estrema attenzione l'articolo 2 e si parli della solidarietà sociale.
Ci si soffermi sulle due facce dell'eguaglianza, delineate nell'articolo 3.
E poi di seguito.

Insomma, fate quel che dice la Gelmini (possibilmente, non quel che fa)!
O Brother, Where Art Thou?
post pubblicato in RIPENSARE LA SCUOLA, il 15 settembre 2008




Quante volte l'abbiamo detto?

  

"QUEST'ANNO FARÀ SCHIFO!!!"

"IL MINISTRO È UN INCOMPETENTE, UN DELIQUENTE!"
"NON TI VIENE NEANCHE VOGLIA DI LAVORARE IN UNA SITUAZIONE COSÌ"

Quasi ogni anno, dì la verità!
E poi abbiamo ricominciato.

Sto parlando a te, che sei una/un insegnante.
Non sto parlando alle "Signore Professoresse" che prendono il cedolino il 26 e commentano che gli tocca sopportare tutti quei deliquenti per...'sta miseria!
Sto parlando a te che li conosci per nome, ma cerchi di sapere anche cosa c'è "dietro" a quelle faccette, alle loro svogliatezze, alle loro corbellerie.
Sto parlando a te che hai scelto questo lavoro e continua a sembrarti il più bello del mondo.
Sto parlando a te che li sgridi, ma poi li perdoni; che li punisci, ma vuoi che il castigo serva a qualcosa; che vuoi capire perchè sbagliano ed insegnare loro a non sbagliare più; che ti chiedi che cos'è che tu stessa/o hai sbagliato.
A te che vuoi sempre fare meglio.
Sai quale è stato il nostro errore per tutti questi anni?
Quello di viverci come una "setta", di accontentarci delle (troppe?) gratificazioni didattiche ed umane che la scuola ci dava.
Ci siamo tenuti insieme solo per confortarci.
Non abbiamo "fatto gruppo" per imporci, per chiedere di più, per chiedere anche l'impossibile, per spiegare alla ciurma che i giovani sono il nostro futuro e che se perdiamo loro, perdiamo tutto.

Fratello, dove sei?
Oggi comincia la scuola.






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permalink | inviato da mariabetta il 15/9/2008 alle 11:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
La scuola dell'agio
post pubblicato in RIPENSARE LA SCUOLA, il 8 giugno 2008
Nell’istituzione educativa convivono due "scuole"
Una di esse è la scuola dell’agio.

Nella scuola dell’agio tutti sono impegnati nella stessa attività che è, come dovrebbe apparire chiaro, il flusso circolare dell’apprendimento - insegnamento.
Nella scuola dell’agio nessuno lavora "per", al contrario tutti lavorano "con".

C’è chi sostiene che la scuola dell’agio non abbia regole precise.
Niente di più errato.
Le regole sono poche e chiare per tutti, anche perché sono state accettate come primo passo.
L’accettazione delle regole porta ad una
autoregolamentazione del gruppo.
Nella migliore delle ipotesi, nasce da esso.
Nella scuola dell’agio la distinzione dei ruoli è distinzione funzionale.
L’adulto-insegnante

  • decide il percorso, lo illustra, lo discute con gli studenti.

Il percorso (lo chiamiamo programma? me piace di più percorso) a volte deve essere modificato. I motivi possono essere tanti, ma se il percorso non è flessibile, non vi è più agio.

  • Decide le modalità, le illustra, le motiva.

Di periodo in periodo, e a seconda delle necessità, chiede la collaborazione specifica da parte di alcuni studenti.
Un esempio?
Il verificatore dell’equità della valutazione è una specie di "segretario" che accerta che i voti vengano dati con lo stesso criterio.
Questo è un ruolo che "ruota"; poi ve ne sono altri che possono riguardare vari aspetti della vita della classe come la custodia del materiale, la gestione delle piccole spese, la richiesta di permessi.

Tutti possono intervenire, criticare, proporre.
Unica modalità vincolante è il rispetto reciproco.
Il risultato non è garantito, ma quando mai lo è?Nella scuola dell’agio gli studenti si sentono liberi di imparare, non costretti a farlo.


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permalink | inviato da mariabetta il 8/6/2008 alle 11:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Dai, fammi copiare!
post pubblicato in RIPENSARE LA SCUOLA, il 4 giugno 2008

Degli altri sistemi scolastici europei, i giovani e gli adulti che vivono nella scuola italiana sanno ben poco.

Si dice che in molti di essi ogni lezione sia seguita da un breve intervallo di cinque o dieci minuti.
Introdurre una simile innovazione porterebbe senza dubbio a due risultati utili: esorcizzare il bisogno di fuga e evitare la situazione di tanto frenetica quanto irritante attesa della libertà che pervade l’ultima frazione di tempo-lavoro che precede il suono della campana dell’intervallo unico.

Si dice che in molti ordinamenti scolastici europei sia stato soppresso anche il rituale pavloviano della campana.
In una scuola del centro della Francia, dove ho fatto una breve esperienza lavorativa, in ogni aula c’era un grande orologio rotondo, tipo quelli delle stazioni ferroviarie, le cui lancette procedevano a scatti.
E’ pur vero che gli studenti lo guardavano con l’ardente devozione con cui i farti guardano la immagini della Vergine Maria, ma, almeno, no consultavano freneticamente l’orologio da polso o, attualmente, del display del cellulare.
Il controllo del tempo dà molta sicurezza, dove lo scorrere del tempo è così rigidamente ritmato e invariabilmente vincolante.

Si dice che in Germania vi siano materie che, invece di essere affrontate a brevi blocchi orari, occupino un’intera mattinata o gran parte di essa.
Ad esempio le lingue straniere.
Visto che esse sono, come la lingua madre, dei "tramiti" di comunicazione, non c’è veramente limite al loro impiego.
Si potrebbero, in teoria, affrontare argomenti di qualsiasi disciplina in lingua straniera.


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permalink | inviato da mariabetta il 4/6/2008 alle 1:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
La coscienza condivisa
post pubblicato in RIPENSARE LA SCUOLA, il 3 giugno 2008
 I professori sono adulti il cui impegno ed interesse sono rivolti all’apprendimento della materia da parte degli adolescenti.
Questo è assolutamente indispensabile al processo di crescita culturale dell’individuo e della generazione cui l’individuo appartiene.

Ciò che è in discussione non è l’utilità e l’importanza di questo passaggio, piuttosto le modalità, i tempi e, soprattutto, la qualità della coscienza condivisa della sua essenzialità.


Gli adulti che hanno scelto la professione di insegnare agli adolescenti hanno la primaria necessità di fare mente locale su questi tre punti.
Se non lo fanno si votano ad una sterile infelicità.
E, visto che l’attività che riesce meglio all’animo umano è il riciclaggio delle delusioni in consolazioni, questi adulti rischiano di trasformarsi in persone fortificate dal loro essere incomprese.

Invece molti professori sono adulti il cui interesse è rivolto  principalmente  non già all’adolescente, bensì alla materia.

Questa è la cruda realtà della scuola italiana, il grande equivoco.

Per coscienza condivisa qui si intende che tutti i soggetti convolti nel processo educativo-cognitivo devono essere conspevoli, o resi tali, delle scelte che stanno alla base del progetto. Devono contribuire, in diversa misura e modo, alla sua formulazione e poterle ridiscutere in qualsiasi momento qualora il progetto non dia i risultati previsti.  Chi non sa, non fa (e viceversa).

Interagire con gli adolescenti
post pubblicato in RIPENSARE LA SCUOLA, il 29 maggio 2008
E’ solo nell’interazione che l’individuo scopre e mette alla prova le sue capacità.

Prima, o meglio, fuori dall’interazione l’individuo tende a confondere "attitudine" e "desiderio".

Alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?", il più delle volte il bambino risponde la prima cosa che gli viene in mente.

Le cronache riportano che il piccolo Carlo d’Inghilterra rispose "il carbonaio".

Se l’interazione tarda a dare le risposte che l’individuo cerca, spesso accadrà che aumenti quella caratteristica che i pedagoghi chiamano auto – disistima.

"Non so quali siano le mie capacità, quindi non ne ho."

Il bambino, quando entra nell’universo scolastico, si trova proiettato in una girandola di nuove interazioni.

Ognuna di esse ha un ruolo, o più di uno, nella formazione dell’idea che il bambino va, via via, facendosi di se stesso.

Il ruolo dell’interazione con l’adulto (l’insegnante), è abbastanza decisivo.

Maestri e maestre conducono il bambino su una strada che potrebbe essere paragonata ad una specie di bella favola su lui stesso.

Attraverso l’interazione con l’insegnante, generalmente, il bambino rafforza l’immagine del suo essere "attore e creatore".

Lo fa perché ne ha bisogno, lo vuole, ne è capace.

Nel passaggio tra infanzia ed adolescenza, però, questo bisogno viene soppiantato da altre, più compulsive, urgenze.

L’urgenza di sbarazzarsi degli adulti come mediatori del reale.

Quella di stabilire un contatto autonomo col proprio essere, partendo dal proprio corpo.

Quel corpo che, nella sua fase di trasformazione, diventa quasi un oggetto incomprensibile, fonte di una nuova, timorosa, curiosità.

La ragazza ed il ragazzo entrano, allora, in una seconda fase del "no", dove la negazione non è uno strumento di definizione, bensì si trasforma in una sorta di scudo protettivo verso un passato che, breve com’è, pare una zavorra ed un futuro lontano e preoccupante.
Con ogni suo gesto, con ogni suo sguardo, l’adolescente dice all’adulto:
"Lasciami stare. Non cercare di capire quello che io stesso non so. Non cercare di capire chi sono." Mente, nel farattempo, il suo bisogno reale di ri-scoprire le proprie capacità non è svanito, è solo mutato.

Temibile e affascinante come tutte le sfide, è la crescita dell’adolescente.

Ma quel "Lasciami stare!" è, occorre saperlo, un messaggio bifido, un doppio messaggio.

Significa, in realtà: "Non pretendere di sviscerarmi, limitati ad accompagnarmi".

O, più tardi: "Accompagnami, per favore".

I destinatari non sono più, invece, la maestra Chiara, quella di inglese, o il maestro Massimo, di Geografia.

Sono cognomi, cognomi di Professori. I profe.

Purtroppo, alcune volte, essi rappresentano un nemico da abbattere prima che diventi pericoloso o, peggio, la fonte di un sapere inaccessibile di cui non si decide mai se portare rispetto o cercare di trovarlo in contraddizione.

Se gli adulti si dimostrano capaci solo di "prime letture" è la fine.

Dei ragazzi?

Sì, certo.
Ma anche la loro.

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