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lavagnabianca RIPENSARE LA SCUOLA
Tutti in divisa!
post pubblicato in PROVOCAZIONI, il 16 marzo 2010

Questa notizia la leggo sul Corriere della sera.
L'articolo comincia così:

MILANO - La studentessa indossava una t-shirt, mercoledì mattina a scuola. Una maglietta blu con la scritta Kiss me before my boyfriend comes back, baciami prima che torni il mio ragazzo. Messaggio semiserio, poco gradito a una professoressa.

E' una storia vecchia:
Alle professoresse spesso non piace l'abbigliamento dei loro alunni.
Cioè: spesso alle professoresse non piacciono i loro alunni.
Cioé, alle professoresse fanno paura i loro alunni, la loro identità incerta, la loro sessualità in boccio, il loro essere incapaci di fare le cose più semplici e, intanto, potenzialmente capaci di tutto! (e di più).

Ma che si  torni alla divisa, una buona volta!
(Povera scuola!)

Il bravo insegnante
post pubblicato in VOCI DAL WEB, il 4 dicembre 2008
 Il bravo insegnante

Negli Stati Uniti un sito raccoglie, elabora e aggiorna le valutazioni che gli studenti dei college danno dei loro insegnanti

Come è fatto un insegnante bravo e capace nell'opinione degli studenti statunitensi? Nel numero autunnale di Education, Valeri Helterbran ha pubblicato i risultati di una sua ricerca qualitativa e statistica su questo tema.

Negli Stati Uniti non è solo una questione genericamente interessante. Un sito (
ratemyprofessors.com) raccoglie, elabora e aggiorna le valutazioni che gli studenti dei college, cioè degli istituti mediosuperiori, danno dei loro insegnanti.

L'insieme delle valutazioni è uno dei fattori più importanti per graduare l'efficienza degli istituti e per orientare poi scelte di futuri studenti, finanziamenti, ricerca di nuovi docenti.

Helterbran è una brillante associate professor dell'Indiana University of Pennsylvania. Per l'indagine ha scelto un punto nodale del sistema formativo americano: i corsi di formazione di futuri insegnanti. L'idea di insegnante capace che i corsisti si fanno diventerà un loro ideale regolativo quando insegneranno.

Diceva don Lorenzo Milani: non mi chiedete che cosa bisogna fare per insegnare bene, ma come bisogna essere. Gli studenti statunitensi sembrano concordare. Apprezzano anche gli aspetti organizzativi, guardano al sapere e all'aggiornamento scientifico dei docenti, ma per loro contano soprattutto la passione per la materia insegnata e per le questioni politico-educative generali, il sense of humor e la personale disponibilità e umanità. Negli Stati Uniti, ma forse anche altrove, queste qualità appaiono i tratti irrinunciabili dell'effective teacher, del bravo professore.
Tullio De Mauro 
Internazionale  30 ottobre 2008

Interagire con gli adolescenti
post pubblicato in RIPENSARE LA SCUOLA, il 29 maggio 2008
E’ solo nell’interazione che l’individuo scopre e mette alla prova le sue capacità.

Prima, o meglio, fuori dall’interazione l’individuo tende a confondere "attitudine" e "desiderio".

Alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?", il più delle volte il bambino risponde la prima cosa che gli viene in mente.

Le cronache riportano che il piccolo Carlo d’Inghilterra rispose "il carbonaio".

Se l’interazione tarda a dare le risposte che l’individuo cerca, spesso accadrà che aumenti quella caratteristica che i pedagoghi chiamano auto – disistima.

"Non so quali siano le mie capacità, quindi non ne ho."

Il bambino, quando entra nell’universo scolastico, si trova proiettato in una girandola di nuove interazioni.

Ognuna di esse ha un ruolo, o più di uno, nella formazione dell’idea che il bambino va, via via, facendosi di se stesso.

Il ruolo dell’interazione con l’adulto (l’insegnante), è abbastanza decisivo.

Maestri e maestre conducono il bambino su una strada che potrebbe essere paragonata ad una specie di bella favola su lui stesso.

Attraverso l’interazione con l’insegnante, generalmente, il bambino rafforza l’immagine del suo essere "attore e creatore".

Lo fa perché ne ha bisogno, lo vuole, ne è capace.

Nel passaggio tra infanzia ed adolescenza, però, questo bisogno viene soppiantato da altre, più compulsive, urgenze.

L’urgenza di sbarazzarsi degli adulti come mediatori del reale.

Quella di stabilire un contatto autonomo col proprio essere, partendo dal proprio corpo.

Quel corpo che, nella sua fase di trasformazione, diventa quasi un oggetto incomprensibile, fonte di una nuova, timorosa, curiosità.

La ragazza ed il ragazzo entrano, allora, in una seconda fase del "no", dove la negazione non è uno strumento di definizione, bensì si trasforma in una sorta di scudo protettivo verso un passato che, breve com’è, pare una zavorra ed un futuro lontano e preoccupante.
Con ogni suo gesto, con ogni suo sguardo, l’adolescente dice all’adulto:
"Lasciami stare. Non cercare di capire quello che io stesso non so. Non cercare di capire chi sono." Mente, nel farattempo, il suo bisogno reale di ri-scoprire le proprie capacità non è svanito, è solo mutato.

Temibile e affascinante come tutte le sfide, è la crescita dell’adolescente.

Ma quel "Lasciami stare!" è, occorre saperlo, un messaggio bifido, un doppio messaggio.

Significa, in realtà: "Non pretendere di sviscerarmi, limitati ad accompagnarmi".

O, più tardi: "Accompagnami, per favore".

I destinatari non sono più, invece, la maestra Chiara, quella di inglese, o il maestro Massimo, di Geografia.

Sono cognomi, cognomi di Professori. I profe.

Purtroppo, alcune volte, essi rappresentano un nemico da abbattere prima che diventi pericoloso o, peggio, la fonte di un sapere inaccessibile di cui non si decide mai se portare rispetto o cercare di trovarlo in contraddizione.

Se gli adulti si dimostrano capaci solo di "prime letture" è la fine.

Dei ragazzi?

Sì, certo.
Ma anche la loro.

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